In un Paese dominato dalla figura ingombrante di un Premier ormai fuori controllo, resistono fortunatamente spiragli di democrazia che ci permettono di tirare fuori la testa concedendoci, una volta tanto, un diritto fondamentale che forse ci siamo dimenticati di possedere: decidere.Il 15 e il 16 maggio si svolgono le elezioni amministrative per l’elezione di sindaci e presidenti di provincia di numerose amministrazioni locali. Bis il 29, con eventuali ballottaggi fra chi non è riuscito a spuntarla al primo turno: 1.310 i Comuni, 11 le Province e una la Regione (Molise). Insomma, rimbocchiamoci le maniche, ritagliamoci cinque minuti del nostro prezioso week end per recarci alle urne e, soprattutto, degniamoci di guardare in faccia i nostri candidati prima di chiudere gli occhi e mettere una croce sull’amico, il parente, il conoscente o il riconoscente di turno.
A Roma di manifesti quest’anno fortunatamente non se ne vedono. Il grosso della torta Pdl e Lega da una parte, Pd, Idv e Sel dall’altra, e il Terzo Polo non si sa bene dove, se lo contendono tra Milano, Napoli, Torino e Bologna. Pronostici alla mano, nonostante l’autolesionismo di Berlusconi & Compagnia Bella, il centrosinistra dovrebbe perdere 3 a 1 mantenendo la sola Torino, uscendo con le ossa rotte da Napoli e probabilmente Bologna, e provandoci a Milano con il ‘nuovo’ Pisapia.
Staremo a vedere. Nell’attesa, sarebbe il caso di spegnere i talk show politici e rendersi conto degli interessi veri che ci sono in ballo per mafia, camorra e, soprattutto, ’ndrangheta. La storia che la mafia esiste anche al Nord ormai la conosciamo tutti. E dunque non solo in Campania, ma anche in Emilia Romagna, Piemonte e Lombardia chi vince dovrà fare i conti con la criminalità organizzata, che sta dove stanno i soldi e circolano gli affari.
Di libri sulla Questione Settentrionale ultimamente ne usciti parecchi, non ultimo il fortunato Metastasi scritto a quattro mani dai giornalisti Gianluigi Nuzzi (adesso presta consulenza a L’Infedele di Gad Lerner su La7) e Claudio Antonelli, e basato sulle dichiarazioni bomba (bomba?) del pentito Giuseppe Di Bella.
Una ventina d’anni prima di questa storiaccia avevano già parlato in molti, elementi appartenenti per lo più alla brutta razza dei magistrati. Per farmene un’idea, sullo scaffale ho posizionato La malapianta (Mondadori, 2010), risultato di una lunga e appassionata conversazione tra Nicola Gratteri, procuratore aggiunto presso il Tribunale di Reggio Calabria, e Antonio Nicaso, storico e prolifico scrittore che si occupa delle organizzazioni criminali.
Se penso alle elezioni per la Provincia di Reggio Calabria, e penso che Gratteri, originario di Gerace, non è della partita per scelta sua, capisco ancora di più che la politica, per definizione, non è un mestiere per ‘giusti’.
La ’ndrangheta, come le altre mafie, si combatte con il carcere duro e la confisca dei beni. Inutile prenderci in giro, con le storie sulla rieducazione del detenuto. Non ho mai conosciuto ’ndranghetisti che si siano pentiti per un rimorso della coscienza. Servono pene più dure per i reati tipici dell’associazione mafiosa e del traffico di droga, senza la possibilità di ricorrere al rito abbreviato o ad altri benefici durante la detenzione. Bisogna disincentivare l’attività mafiosa, renderla sconveniente. Non ci vorrebbe molto, dopo tutto ad arricchirsi con il traffico di droga sono in pochi.
Ecco, dice bene Gratteri: inutile prenderci in giro.Nicola Gratteri
La malapianta
Mondadori 2010
pp. 180
17,50 euro
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