domenica 23 ottobre 2011

Lo stupido vizio

Lo stupido vizio di appassionarmi a più libri contemporaneamente mi impone di resettare verticalmente la memoria ogni qualvolta ne riapra uno. Capita così che il contrasto possa rivelarsi sopportabile (mi è accaduto di recente con Come diventare buoni di Nick Hornby e La cena di Herman Koch), suggestivo (Chiedi alla polvere di John Fante e Journey to the stars sulla troppo breve vita di Nick Drake) o generare una confusione latente che rischia di intrecciare i fili della lettura (L’uomo duplicato di José Saramago e Cosmopolis di Don De Lillo). La simultanea di questi giorni si dissocia però da queste categorizzazioni, inventandone una nuova. Sui comodini fanno la loro bella presenza da un lato La finestra dei Rouet di Georges Simenon e, dall’altro, On the road di Jack Kerouac. L’effetto creato è estraniante ma interessante da assaporare: provate per un attimo a svestire i panni dell’uomo simbolo della Beat generation e mettetevi addosso quelli di una zitella quarantenne che deve ancora scoprire le malizie del suo corpo nella Parigi dei primi anni Quaranta.         

Dominique capisce che Antoinette sta per uscire, come se un legame invisibile unisse le due donne. Lascia il suo posto davanti alla vetrina piena di gomitoli, gettando un’ultima occhiata alle finestre a mezzaluna. Ridete, ragazze, ridete, piccole imbecilli che non siete altro: non è venuto!
Dominique è vicinissima all’entrata del bar quando la porta si apre e ne spunta Antoinette, così agitata che per un po’ non riesce ad aprire l’ombrello.
I loro sguardi si incontrano. In un primo momento Antoinette vede solo un passante qualunque. Poi guarda di nuovo, come se qualcosa l’avesse colpita. Forse ha riconosciuto il viso intravisto un paio di volte dietro una finestra, oppure si è stupita nel cogliere su un altro volto di donna quasi un riflesso del proprio. Gli occhi cerchiati di Dominique sembrano dirle:
“Non è venuto, lo so, lo immaginavo, non verrà più”.    


Georges Simenon
La finestra dei Rouet
Biblioteca Adelphi 543
1945
pp. 177 - 18 euro

  

sabato 30 luglio 2011

Giocare facile

A 185 pagine dalla fine de La cena di Herman Koch, 77 per chiudere La finestra dei Rouet di Georges Simenon, 23 per dire basta a Fight Club di Chuck Palahniuk e 230 per ricordare con i testi delle sue canzoni la disgraziata scomparsa di Nick Drake, decido che è arrivato il momento di comprare un nuovo libro. Lo impongo a me stesso a un passo dalla fermata della metro A di Lepanto, Viale Giulio Cesare 51. Dentro la piccola e accogliente libreria De Miranda, frequentata per lo più da rampanti avvocati che spremono una causa dietro l’altra all’altro lato della strada, la scelta cade su Come diventare buoni di Nick Hornby. Sarà perché ho letto la sua rubrica sul penultimo numero di Internazionale, sarà perché ultimamente mi è presa un po’ di nostalgia per Alta fedeltà, ma a conti fatti, anche questa volta, di fronte a tante letture lasciate a metà ho deciso di giocare facile puntando sul sicuro. Uscito, prendo la metro, inizio a leggere e mi trovo di fronte una donna sull’orlo di una crisi di nervi. Chiusa in macchina in un parcheggio di Leeds, sta per comunicare al telefono al marito che non ce la fa più a stare con lui. Niente male dopo nemmeno una riga e mezza.

Ecco la sensazione che si prova: entrate in una stanza, la porta si chiude alle vostre spalle e passate un po’ di tempo, in preda al panico, a cercare una chiave, una finestra, qualcosa, e poi, quando capite che non c’è modo di uscire, cominciate a sfruttare al meglio quello che avete intorno. Provate la sedia e vi rendete conto che in realtà non è scomoda, e che c’è un televisore, e un paio di libri, e c’è un frigorifero pieno di roba da mangiare. Lo sapete quanto può essere brutto? Be’, per me, quando ho chiesto il divorzio è stato il panico, ma quasi subito sono entrata nella fase in cui ci si guarda intorno per vedere che cosa si ha. E, a conti fatti, quello che avevo erano due bambini adorabili, una bella casa, un buon lavoro, un marito che non mi picchiava e premeva tutti i pulsanti giusti sull’ascensore.

Nick Hornby
Come diventare buoni
Guanda - Le fenici
2001
pagine: 292
12 euro

sabato 30 aprile 2011

Non è un mestiere per giusti

In un Paese dominato dalla figura ingombrante di un Premier ormai fuori controllo, resistono fortunatamente spiragli di democrazia che ci permettono di tirare fuori la testa concedendoci, una volta tanto, un diritto fondamentale che forse ci siamo dimenticati di possedere: decidere.

Il 15 e il 16 maggio si svolgono le elezioni amministrative per l’elezione di sindaci e presidenti di provincia di numerose amministrazioni locali. Bis il 29, con eventuali ballottaggi fra chi non è riuscito a spuntarla al primo turno: 1.310 i Comuni, 11 le Province e una la Regione (Molise). Insomma, rimbocchiamoci le maniche, ritagliamoci cinque minuti del nostro prezioso week end per recarci alle urne e, soprattutto, degniamoci di guardare in faccia i nostri candidati prima di chiudere gli occhi e mettere una croce sullamico, il parente, il conoscente o il riconoscente di turno.

A Roma di manifesti quest’anno fortunatamente non se ne vedono. Il grosso della torta Pdl e Lega da una parte, Pd, Idv e Sel dall’altra, e il Terzo Polo non si sa bene dove, se lo contendono tra Milano, Napoli, Torino e Bologna. Pronostici alla mano, nonostante l’autolesionismo di Berlusconi & Compagnia Bella, il centrosinistra dovrebbe perdere 3 a 1 mantenendo la sola Torino, uscendo con le ossa rotte da Napoli e probabilmente Bologna, e provandoci a Milano con il ‘nuovo’ Pisapia.

Staremo a vedere. Nell’attesa, sarebbe il caso di spegnere i talk show politici e rendersi conto degli interessi veri che ci sono in ballo per mafia, camorra e, soprattutto, ’ndrangheta. La storia che la mafia esiste anche al Nord ormai la conosciamo tutti. E dunque non solo in Campania, ma anche in Emilia Romagna, Piemonte e Lombardia chi vince dovrà fare i conti con la criminalità organizzata, che sta dove stanno i soldi e circolano gli affari.

Di libri sulla Questione Settentrionale ultimamente ne usciti parecchi, non ultimo il fortunato Metastasi scritto a quattro mani dai giornalisti Gianluigi Nuzzi (adesso presta consulenza a L’Infedele di Gad Lerner su La7) e Claudio Antonelli, e basato sulle dichiarazioni bomba (bomba?) del pentito Giuseppe Di Bella.

Una ventina d’anni prima di questa storiaccia avevano già parlato in molti, elementi appartenenti per lo più alla brutta razza dei magistrati. Per farmene un’idea, sullo scaffale ho posizionato La malapianta (Mondadori, 2010), risultato di una lunga e appassionata conversazione tra Nicola Gratteri, procuratore aggiunto presso il Tribunale di Reggio Calabria, e Antonio Nicaso, storico e prolifico scrittore che si occupa delle organizzazioni criminali.

Se penso alle elezioni per la Provincia di Reggio Calabria, e penso che Gratteri, originario di Gerace, non è della partita per scelta sua, capisco ancora di più che la politica, per definizione, non è un mestiere per ‘giusti’.

La ndrangheta, come le altre mafie, si combatte con il carcere duro e la confisca dei beni. Inutile prenderci in giro, con le storie sulla rieducazione del detenuto. Non ho mai conosciuto ’ndranghetisti che si siano pentiti per un rimorso della coscienza. Servono pene più dure per i reati tipici dell’associazione mafiosa e del traffico di droga, senza la possibilità di ricorrere al rito abbreviato o ad altri benefici durante la detenzione. Bisogna disincentivare l’attività mafiosa, renderla sconveniente. Non ci vorrebbe molto, dopo tutto ad arricchirsi con il traffico di droga sono in pochi.

Ecco, dice bene Gratteri: inutile prenderci in giro.

Nicola Gratteri
La malapianta
Mondadori 2010
pp. 180
17,50 euro

giovedì 3 febbraio 2011

Assumere a dosi leggere


Colto da un improvviso attacco da sindrome del foglio bianco, per un attimo mi rivolgo con attenzione a ciò che in sottofondo arriva alle mie orecchie dalla stanza accanto. Dentro la scatola magica, i signori in giacca e cravatta, invitati al talk show politico del giovedì sera, sono tutti uguali: da circa un’ora ruotano attorno al nulla promettendo, in cambio di un voto, di migliorare il nostro presente e cambiare il nostro futuro. Non mi và di alzarmi, ma sono costretto a farlo, e con slancio deciso spengo la tv rimandandone l’accensione a data da destinarsi. Cos’ho fra le mani di cui poter scrivere a uso personale? I libri lasciati a metà non mancano. Sono quelli appena finiti a latitare tra mensole e comodini, sempre più ostaggio della polvere. E allora, fiducioso, mi rivolgo allo stereo: un formidabile Snooze Teac di un verde acqua che sa di anni Cinquanta, regalo di cui non dimentico tutt’ora, a più di cinque anni di distanza, l’artefice. Sul piatto del lettore cd, da una decina di giorni a questa parte, scorre imperturbabile al variare delle mie lune Lungo i bordi dei Massimo Volume (Emi, 1995): fissa allo stato puro per un ritorno radicale a un genere a me congeniale, dopo un periodo non indifferente di sperimentazione di cui non nego l’utilità. La traccia 1, Il primo dio, spesso ha condotto la mia dormiveglia fra le braccia di Orfeo, assumendosi al contempo la briga di rigettarmi nel circolo snervante della vita il mattino seguente. Forse ne sono uscito, forse no: ma se ne parlo, vuol dire che il trauma inizia lentamente a essere elaborato.

Ecco uno stralcio del testo: da assumere a dosi leggere, di certo né prima di andare a dormire, né appena svegli.


Emanuel
Primo dio
Rimbaud
Preghiera
A cose più belle di me
Rimbaud
Avvento delle giovinezza
Immagine perfetta
Sensazione perfetta

giovedì 6 gennaio 2011

Tra sogno e ricordo

Imbottito di antibiotici e costretto a casa dall’influenza galoppante, disintossico fegato e polmoni facendo mente locale su ciò che è stato il mio Natale. A tre giorni dal rientro a Roma, qualche risposta raffiora dalle mie membra stanche. Ciò che è certo, e che non finirà facilmente sotto il tappeto dei ricordi da nulla, è che sono stati dieci giorni (intendiamoci, dalle 17 alla chiusura dei locali, tutti) vissuti: tra sorrisi, spintoni, emozioni.
Per il nuovo anno, sul comodino giace La casa del sonno di Jonathan Coe, che per un machiavellico scherzo del destino mi ritrovo a leggere dopo non essere riuscito a regalare. Il caso è stato comunque gentile, perché il romanzo, peraltro più volte consigliatomi da amici e conoscenti, si offre al lettore veloce e impegnativo al modo giusto. Che poi tutto ruoti attorno alla dimensione doppia del sogno e del ricordo, non può che giocare a mio favore, essendo questi segmenti dell’esistenza da cui mi sono sentito sempre attratto. La partita si gioca in un alloggio di Ashdown, località non distante da Londra: residenza universitaria nei primi anni Ottanta, clinica in cui si cura la narcolessia e si sperimenta qualcosa di oscuro dodici anni dopo. Tra presente e passato, i protagonisti, da studenti diventati adulti, cercano di consegnare un senso alle loro esistenze, alla ricerca di verità affossate da troppe ore di sonno, o rese impercettibili dall’incapacità di chiudere gli occhi anche solo per un istante.

Aveva pensato che ci fosse qualcosa di strano in quelle stanze della Dudden Clinc, e finalment capiva cosa: benché fornite di armadi, lavabi, cassettoni, scrivanie, sedi e ogni altra pertinenza dell’ospitalità alberghiera, non contenevano letti: il che era perfettamente giustificato. Alle ventidue e trenta esatte, lavati e abbigliati per notte, i tredici pazienti lasciavano l stanze diurne e si disponevano a dormire sotto osservazione nelle tredici piccole ed essenziali camere da letto – ciascuna collegata a una cabina d’osservazione – che occupavano la maggior parte del piano terra. In tutta la clinica non c’era bisogno di altri letti. Eppure, Terry continuava a trovare strano che non ce ne fosse uno lungo la parete di fondo di questa stanza: che, come ben ricordava, era quella occupata da Robert nel suo ultimo anno di università e che per il resto pareva del tutto immutata

Jonathan Coe
La casa del sonno
Universale economica Feltrinelli
1997
pp. 305
8 euro


sabato 4 dicembre 2010

Oltre il muro

Cosa è accaduto in questi sei mesi di silenzio? Niente di particolare, in fondo. Soliti orari, soliti ritmi, solite ferie, solito tutto. È nato un nuovo progetto, Rubric, di cui mi assumo ogni responsabilità di fronte alla critica e alla Legge insieme ad altri cinque soggetti. Ed è sprofondato in una alienante apnea l’idea di Scrivo Libero. Il perché, francamente, non lo so. So però che a me è mancato, ogni tanto. Non è mancato a qualche stronzo che ci ha iniettato dentro robaccia fra i commenti, ma saprò assaporare nel giusto modo la mia vendetta. Intanto riprendo, almeno per questo fine settimana, il mio personale percorso. Viaggio verso Bologna e chiudo l’ultimo dei cinque racconti del maestro Jean-Paul Sartre inseriti nella raccolta Il muro. L’infanzia d’un capo è, a mio modo di vedere, il più penetrante. Perché, per più di un aspetto come ne La nausea che lessi un anno fa di questi tempi, non c’è scampo per il soggetto psicoanalizzato: di fronte alla più tagliente delle penne esistenzialiste, egli non può che lasciarsi far denudare e accettare, senza opposizione, il destino della verità di fronte a se stesso.

Dall’altro lato della strada, una landa grigiastra, oppressa, screpolata si lasciava scivolare fino al fiume. Nessuno vedeva Luciano, nessuno lo udiva; egli saltò su ed ebbe l’impressione che i suoi movimenti non incontrassero alcuna resistenza, neppure quella della pesantezza. Stava in piedi, adesso, sotto una cortina di nuvole grigie; era come se esistesse nel vuoto! «Questo silenzio…» pensò. Era più che silenzio, era il nulla. Attorno a Luciano la campagna era straordinariamente tranquilla e molle, inumana; pareva volesse farsi piccola piccola e trattenesse il respiro per non disturbarlo. «E quando l’artigliere ritornò alla guarnigion!...» Il suono gli si spense sulle labbra come una fiamma nel vuoto: Luciano era solo, senz’ombra, senza eco, in mezzo a quella natura troppo discreta, che non pesava. Si riscosse e tentò di riafferrare il filo dei suoi pensieri. «Son fatto per l’azione. Innanzitutto ho dello slancio: posso fare qualche sciocchezza ma non vado mai lontano perché so riprendermi. Sono moralmente sano», pensò. Ma si arrestò facendo una smorfia di disgusto, tanto gli sembrava assurdo parlare di «sanità morale» su quella strada bianca attraversata da bestie agonizzanti.

Il muro
Jean-Paul Sartre
Einaudi - ET Scrittori - 287
pp. 209

10,50 euro

mercoledì 5 maggio 2010

Immaginarne il finale

Parlare di un libro prima che venga pubblicato, scoprirne in piccolissime dosi la trama, immaginarne il finale. La Palazzina Liberty di Piazzale Marinai d’Italia a Milano ospita dal 5 al 7 maggio la quarta edizione di “Officina Italia”, rassegna critica della scrittura in corso di libri che a breve andranno a posizionarsi sugli scaffali delle nostre librerie. La manifestazione, curata da Antonio Scurati e Alessandro Bertante, quest’anno ruota attorno al tema del “Mondo che verrà”. Le informazioni le ho prese dalla rubrica “Libri” del sito del giornale La Stampa. Dentro ci sono in anteprima gli incipit inediti di quattro autori. È stato un piacere leggerli, perché nel farlo ho pensato alla fatica enorme, e al contempo appagante, di chi insegue per mesi, se non anni, un unico sogno, vale a dire la “parola fine” del proprio romanzo.
Comincia così Bellissima, pallida, stordita dalla notte, uno dei brani del libro Momenti di trascurabile felicità di Francesco Piccolo, in uscita per Einaudi in autunno:

La domenica mattina, piuttosto presto, quando la città è vuota e silenziosa e bellissima, me ne esco e vado in giro. E succede sempre che ne incontro due, o tre, una volta addirittura cinque. Qualche volta una sola. Mai: nessuna. Sono certe donne dal viso pallido e il trucco sfregiato, infilate dentro vestiti da sera e tacchi alti, con i visi mattinieri della notte quasi insonne e gli abiti stonati del sabato sera. Addirittura, qualcosa che luccica sul volto, sul vestito o sul cappotto. Qualche volta devo girare per molti quartieri, ma alla fine lo sento quel rumore di tacchi, oppure quel portone che si apre e una di loro compare strizzando gli occhi contro il fastidio del mattino.